Villa Pisani, detta “Nazionale”

Località: Stra, Fossolovara, via Doge Pisani

In un’ansa del Brenta sulla riva sinistra, la famiglia Pisani di Santo Stefano aveva alcune proprietà dal primo Seicento, dove più tardi risulta costruita una piccola villa.

Nel 1719 era probabilmente pronto un progetto di Girolamo Frigimelica Roberti (1653-1732) di una villa colossale per i fratelli Alvise e Almorò Pisani, per fare posto alla quale fu demolita la preesistente nel 1720; sembra che solo nel 1735, con la nomina a doge di Alvise, venisse commissionato un nuovo progetto a Francesco Maria Preti (1701-1774) e nello stesso anno avessero inizio i lavori di costruzione che si sarebbero conclusi nel 1756.

In fondo al giardino, collegate al retro della villa da un doppio viale alberato, in funzione di ippodromo, poi sostituito dall’attuale vasca d’acqua, sorgono le scuderie, ancora opera di Frigimelica, realizzate probabilmente tra il 1719 e il 1721 (quando egli si trasferì alla corte di Modena da dove comunque continuerà a seguire i lavori) su impianto apparentemente palladiano, con due ali a esedra e pronao centrale ionico esastilo ma sormontato da una sorta di attico a lesene e specchiature, tipicamente barocche; gioco di aggetti e rientri, esedre ad arcate bugnate con testate timpanate e una quantità di vasi e statue sugli assi.

La villa, con le sue 114 stanze, non è solo tra le ville venete più grandiose ed elaborate, ma anche tra le più atipiche: non ha il carattere tradizionale della casa veneziana, ma l’impianto a cinque ali e due giardini interni è l’evidente realizzazione del concetto di reggia principesca barocca.

La facciata si articola in modo chiaro: l’aggetto centrale, dalle colossali semicolonne corinzie, timpanato e con fregio a festoni, contiene il salone da ballo a doppia altezza; due ali simmetriche a quattro assi di finestre e lesene binate si concludono con due corpi ancora aggettanti con quattro lesene timpanate, che sono le testate delle ali perpendicolari.

Il piano terra è pressoché spoglio e le decorazioni iniziano dallo scalone con divinità greche lignee attribuite ad Andrea Brustolon e soffitto di Jacopo Guarana; un’enfilade di salotti con corridoio perimetrale conserva tra gli arredi dipinti di Celesti, Nazzaro, Zuccarelli; affreschi e pitture di Jacopo Amigoni, Fabio Canal, Giambattista Crosato, Francesco Simonini, S. Ricci, Giuseppe Zais, inoltre ceramiche, cineserie, lumiere di vetro, di cristallo e vetro dorato.

Del progetto di Frigimelica rimane anche la realizzazione del parco di dieci ettari, esempio grandioso di giardino settecentesco veneto, su tracciato geometrico ricco di punti focali e assi prospettici: vasche, serre, coffee house, esedra esagonale a lati curvilinei, labirinto con torretta belvedere, rustici, magazzini, case, scuderie e rimessa per le carrozze, cedraie a forma di gallerie, arancera, brolo, aiole, statue – alcune di Antonio Gai (1686-1769) ma le più di Giovanni Bonazza (1654-1736) e suo figlio Tommaso (1696-1775) -, viali, barchesse e boschetti.

Anche per quanto riguarda il giardino, le idee classiche si fondono con i modelli imperanti in Europa; i giardini segreti, le corti e i broli chiusi, tipicamente veneti, validi per Palladio e Scamozzi, non sembrano più esserlo alla fine del Seicento: qui anche il parco, per dimensioni e impianto rompe con i modi e le misure della tradizione.

Ai lati della villa sono presenti due portali di ordine rustico, affiancati da finestre, si aprono nel muro di cinta percorso dall’orditura del finto bugnato e inquadrano due gruppi marmorei della bottega di Bonza, già eretti nel 1724 prima della villa e dell’impianto del parco; verso Padova il recinto è interrotto dal portale del belvedere affiancato da due colonne corinzie su cui si avvolgono le scale a chiocciola in ferro fino alla terrazza, con loggia timpanata centrale.

Ma il capolavoro della villa, commissionato nel 1760, è l’affresco a soffitto dell’Apoteosi della famiglia Pisani, con il Pappagallo e le coppie di Satiri e Satiresse opera nel salone da ballo di Giambattista Tiepolo, in collaborazione con il figlio Giandomenico, Gerolamo Mengozzi detto il Colonna e Pietro Visconti, che eseguono il resto delle decorazioni.

Si tratta di una delle più alte creazioni di Giambattista: vi “realizza una vera e propria summa della propria arte, stupenda per le qualità virtuosistiche degli scorci, per la inimitabile bravura nel dare unitarietà e vita all’insieme eterogeneo delle figurazioni allegoriche più disparate, per il rigoroso equilibrio della composizione, per la magnifica sinfonia di luce e di squillanti colori” (Giambattista Tiepolo: i dipinti). I personaggi settecenteschi, così reali nei loro abiti, appaiono quasi rapiti dalle raffigurazioni allegoriche nude che li sovrastano e li sorreggono: questo soffitto sembra simboleggiare non tanto la fine di Venezia quanto la sua quasi prevista trasfigurazione da realtà a leggenda.