Villa Garzoni, Michiel, Carraretto

Località: Candiana, Ponte Casale

Intorno alla metà del Quattrocento i veneziani Garzoni acquistarono dei terreni a sud di Padova e per circa un secolo si dedicarono a espandere la proprietà, bonificare le paludi e migliorare i raccolti, finché Alvise Garzoni non decise di edificarvi la residenza padronale, costruita probabilmente tra il 1537 e il 1550.

Jacopo Tatti, detto Sansovino (1486 – 1570), scultore-architetto fiorentino di nascita e romano di esperienze, giunto a Venezia dopo il Sacco di Roma del 1527, introdusse in città una ventata di classicismo, uno stile rinascimentale ormai nettamente consolidato nella città dei papi. A lui si deve il vero ammodernamento dell’aspetto di piazza San Marco, rappresentativa del potere della Serenissima, con la Libreria Marciana, la Zecca e la Loggetta.

Questo è l’unico esempio di villa in cui si cimenta. Il prospetto ha elementi in comune con il tipo del palazzo veneziano, la funzione di quinta bidimensionale, come se non prendesse in considerazione la vista dei fianchi, e l’apertura del settore centrale fra due blocchi laterali. Dietro il piano di facciata, attraverso gli archi, si ha uno sfondamento progressivo, le arcate si ripetono in profondità determinando un cannocchiale prospettico che termina nella campagna circostante. Al settore centrale non corrisponde dunque il tipico salone passante veneziano, ma il cortile interno alla romana.

La facciata è formata dal solito zoccolo di base per la difesa dalle inondazioni e la sistemazione dei locali di servizio, e da due piani nobili, con tre assi di finestre centinate nelle parti laterali e un doppio loggiato centrale a cinque fornici inquadrati da un ordine trabeato a semicolonne, doriche sotto e ioniche nella parte superiore; da evidenziare, il relazione al ruolo dei fianchi, che il fregio dorico si estende per tutta la facciata, per interrompersi poco dopo girati gli angoli. Salita l’ampia gradinata e passati gli archi, ci si trova in una loggia, che ripete le stesse arcate conducendo al cortile, di forma quadrata, cintato da altri due portici uguali perpendicolari e da un muro aperto da finestre su un vasto brolo, con ripetizione degli stessi cinque assi reiterati a partire dalla facciata. E’ la loggia della facciata, perciò, che moltiplicandosi, parallela o ortogonale, crea l’intero volume dell’edificio.

Ai lati della loggia stessa si sviluppano due sale simmetriche della stessa profondità, la profondità del portico determina le dimensioni dei due blocchi scale simmetrici e delle tre sale per parte, in enfilade, collegate tra loro e con il cortile.

Il portico regge una terrazza con balaustra e statue settecentesche. Il pavimento del cortile pensile fu dotato di pendenze e ondulazioni affinché le acque piovane convergessero nel pozzo centrale, raccogliendosi in una cisterna nelle sostruzioni della villa; una serie di condutture distribuiva queste acque sotto ai pavimenti del piano terra per refrigerare gli ambienti dall’afosa calura estiva e successivamente nel giardino per irrigarlo.

Negli interni sono presenti camini e sculture sansoviniane di grande splendore.

Questo edificio è dominato dal gusto dell’inventio e della sorpresa ormai indispensabili nell’architettura romana: enorme palazzo da fuori, all’interno rivela di essere soprattutto un concerto di spazi aperti e semiaperti che sacrificano gli ambienti chiusi relegandoli ad una stretta sezione delle ali laterali, disposizione assai adatta ad una residenza estiva.

La corte domenicale fu sistemata a giardino nel Settecento, ripartita secondo gli assi architettonici del prospetto e arricchita da statue. L’accesso alla corte rustica avviene attraverso un portale che è rappresentativo del manierismo, dalle forme classiche frantumate e ricomposte, e affogate nella materia grezza di falsi conci in materiale laterizio.