Villa Barbaro, Basadonna, Manin, Giacomelli, Volpi

Località: Maser, Strada Comunale Bassanese

Il territorio di Maser venne in possesso dei Barbaro nel 1339; la villa fu commissionata ad Andrea Palladio verso il 1560 dai fratelli Daniele – ambasciatore della Repubblica in Inghilterra e poi patriarca di Aquileia, traduttore e commentatore dell’edizione del 1556 del De architectura di Vitruvio, illustrato dallo stesso Andrea – e Marcantonio – ambasciatore, senatore, governatore della Terraferma, procuratore di Sopra, provveditore all’Arsenale, provveditore al Sale, scultore dilettante – per le villeggiature di quest’ultimo con la consorte Giustiniana Giustinian e i quattro figli.

Il complesso si distacca nettamente dalla produzione palladiana di villa: non sorge in piano al centro dei terreni, ma ai margini e in lieve pendio; non rispetta lo schema gerarchico degli edifici determinato dalle funzioni cosicchè gli ambienti padronali proseguono nelle barchesse, solitamente adibite a soli scopi rurali, e le colombaie laterali mascherate dalle facciate con meridiane coronate da timpano e raccordi laterali ad arco rovescio gareggiano con il corpo padronale centrale aggettante, senza pronao a colonne libere ma, a due piani non fortemente marcati, incorniciato da un ordine ionico tetrastilo di semicolonne e timpano di proporzioni esagerate, con trabeazione sfondata dal balcone centrale, decorato da un altorilievo in stucco con l’arma di famiglia. La disposizione planimetrica orizzontale ricorda quella di villa Emo a Fanzolo.

Sembra che tutto questo possa attribuirsi al desiderio dei committenti di ricreare una villa classica, basandosi sulle descrizioni di Plinio della sua villa Laurentina e sulle moderne interpretazioni dell’antico nella Roma cinquecentesca.

Elemento che richiama decisamente la città eterna è il ninfeo: sul retro si apre un piccolo giardino segreto rettangolare, che ospita al centro una vasca semiellittica dalla quale si accede a una grotta circolare, con la statua di una divinità fluviale che elargisce le acque della sorgente retrostante, che rifornirà fontane, peschiere, giochi d’acqua e irrigazioni di orti e frutteti, acque che sono uno degli aspetti caratterizzanti l’intero complesso; il tutto è ampiamente decorato da stucchi e sculture di Alessandro Vittoria – tranne qualche particolare di tono minore in cui si può forse riconoscere la mano di Marcantonio -, nonchè da dipinti di Veronese.

La divinità fluviale, ormai un topos del giardino romano dopo il primo esempio nel cortile del Belvedere vaticano, è in Veneto del tutto inedito. L’altro elemento prettamente romano è il tempietto, sulla strada, a sud-est, del 1580, a pianta circolare: un Pantheon in miniatura, con la stessa proporzione cubica e simili elementi, il pronao, la cupola gradonata, le absidi alternate a edicole all’interno, con statue in stucco di Vittoria e due all’esterno in pietra tenera di Orazio Marinali. Non manca però anche l’influsso della cappella del castello di Anet, di Philibert de L’Orme, sublime interprete del rinascimento francese.

L’eccezionalità del complesso viene anche dal ciclo pittorico del piano nobile eseguito da Paolo Veronese assistito dal fratello Benedetto e da aiuti di bottega.

Il programma iconografico sembra venire dai committenti, in particolare Daniele, uno dei più dotti umanisti dell’epoca: motivo dominante parrebbe l’Armonia, in particolare familiare, l’integrazione di mitologia e dottrina cristiana in un unico concetto di natura; guidata dai pianeti dell’Empireo, dominata dai pensieri dell’Immortalità, la vita della potente famiglia si svolge lieta nella festosa cornice campestre.

Le pareti sono incorniciate da un ordine di colonne corinzie scanalate dipinte su basamenti in finto marmo e sfondate sul paesaggio, il tutto gremito da dei olimpici, personaggi della vita quotidiana, nudi, putti, statue, cammei, in quelle che vengono chiamate stanza dell’Olimpo, del Cane, della Lucerna, la Crociera, stanza di Bacco e del Tribunale d’Amore. Gli affreschi di Maser furono presi a modello da numerosi artisti, fino a Tiepolo e seguaci, e imitati da Zelotti a villa Emo di Fanzolo e altrove.