Venezia fu tra tutte le città d’Italia quella più pesantemente colpita dal flagello della peste e la ragione è da attribuirsi ai commerci marittimi che essa tesseva con l’Oriente. Terribile fu la peste del XIV secolo che fu quasi universale in quanto interessò l’Europa, l’Asia e L’Africa.

La popolazione veneziana venne decimata dall’epidemia tanto che il Governo della Repubblica Serenissima si trovò costretto ad invitare forestieri per ripopolare la città.

I devastanti effetti del contagio spinsero l’autorità dell’epoca, il Magistrato di Sanità, a disporre che fossero creati al di fuori della città degli ospizi dove poter ospitare le persone colpite dal morbo. Si individuò inizialmente un’isola dove risiedevano i monaci di Santa Maria di Nazareth, da cui derivò il termine Lazzaretto. Qui trovarono ospitalità sino a diecimila persone. In epoca successiva fu edificato un altro ricovero in un’isola della laguna veneziana prospiciente l’isola di Sant’Erasmo che prese il nome di Lazzaretto Nuovo. Qui venivano accolte le persone sospette di aver contratto la peste. In entrambe le strutture erano presenti medici, chirurghi ed inservienti.

Ogni nave in arrivo a Venezia veniva sottoposta ad un attento controllo medico e le persone con sintomi o contagiate venivano dirottate nei Lazzaretti.

Le isole erano rifornite di viveri ed acqua con regolarità e tutto veniva svolto secondo una perfetta organizzazione. Alla sera nelle isole venivano accesi dei fuochi con rami di ginepro che si facevano arrivare dall’Istria e dalla Dalmazia al fine di purificare l’aria. Tali misure di prevenzione e di cure si dimostrarono assolutamente insufficienti di fronte alla terribile epidemia del 1578.

I governanti non trascurarono la devozione al Buon Dio perché facesse cessare tale flagello ed il Senato della Repubblica fece voto di erigere un tempio nell’isola della Giudecca intitolato al Redentore. Il 21 luglio 1578 nel proclamare la liberazione dalla peste lo stesso Senato decretò che ogni terza domenica di luglio fosse in perpetuo destinata al ricordo di tale voto.

In attesa che il tempio venisse costruito, per dare attuazione immediata alla promessa, si creò un portico con l’ossatura in legno coperta con preziose stoffe in fondo alla quale si costruì un altare su cui spiccava, in una raffinata cornice, l’immagine del Redentore. Per agevolare il pellegrinaggio della gente si formò un ponte di barche con al centro un arco per il transito delle gondole: la passerella partiva da piazza San Marco e terminava a San Giovanni della Giudecca.

La processione prendeva avvio dalla chiesa di San Marco ed era aperta dalle Confraternite e dal Clero, seguiva il Doge, la Signoria ed il Senato. Durante l’attraversamento del ponte le campane suonavano a festa, venivano esplosi colpi di cannone, rulli di tamburi e suoni di trombe si mescolavano alle grida di gioia della gente.

Il 3 maggio 1579 il Doge Luigi Mocenigo con il Patriarca Trevisan pose la prima pietra del tempio votivo progettato dal Palladio.

La Festa del Redentore era considerata una solenne e sacra manifestazione, per la comodità che il ponte di barche offriva fu motivo anche di un inusuale passaggio per i giardini della Giudecca e per trascorrere così sotto i pergolati la notte che precedeva la festa. Le famiglie si organizzavano per passare in festa quella serata e tra le pietanze il pollo arrosto era il protagonista.

Ai giorni nostri qualcosa è cambiato: il ponte votivo viene realizzato con barche messe a disposizione dal Genio Militare e si snoda dalla riva delle Zattere a quella prospiciente il Tempio del Redentore.

La gente ed i turisti si recano in pellegrinaggio forse per un fatto di costume più che di culto in ricordo dell’impegno solenne. Oggi nel citare la Festa del Redentore le persone la collegano allo spettacolo pirotecnico che viene allestito nella notte precedente la solennità religiosa, in quanto i più bravi maestri di quest’arte esibiscono il meglio della loro abilità.

I Veneziani in questa notte, per quanto possibile, partecipano allo spettacolo diventandone comparse a bordo della propria barca che per l’occorrenza viene preparata e allestita con frasche e decorata con luci colorate. Inoltre vengono caricati in barca viveri già cotti tra cui piatti tipici della tradizione veneziana come le sardee in saor, i bigoi in salsa, il musetto, non mancando mai angurie, frutta fresca ed un buon vino. Al termine della rappresentazione pirotecnica nel bacino di San Marco, le barche, in un concitato movimento, lasciano gli ormeggi e si dirigono verso il Lido per attendere il sorgere del sole tra canti e degustazioni varie.